Riflessione sul massacro della Columbine High School

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    Alessandro Stripe
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    Il 20 aprile del 1999, data sicuramente non scelta a caso, Eric Harris e Dylan Klebold, entrambi studenti dell’ultimo anno, entrarono nella loro scuola, la Columbine High School, iniziando a sparare e, dopo aver freddato 12 studenti ed un insegnante, ferito altre 24 persone, si tolsero la vita. Questo fu il primo caso che ispirò, purtroppo, una lunga serie di stragi. Ma andiamo con ordine.

    È difficile ricordare l’onda emotiva che quella strage sollevò. È difficile anche perché a quella ne sono seguite altre, mentre allora, per trovare traccia di una tragedia scolastica comparabile bisognava risalire addirittura al 1927, una strage di 45 vittime nel Michigan. Ma erano passati settant’anni e in quel caso l’assassino era un adulto, dettaglio non di poco conto, ma quello della Columbine fu decisamente un’altra cosa, che cambiò l’immaginario, creando un’inquietudine mai provata prima e che colse tutti di sorpresa. Fu come se qualcosa di impensabile invece, era realmente accaduta.

    L’accaduto:

    Il luogo del massacro era una scuola, simbolo della quotidianità di bambini e ragazzi. Un luogo famigliare che si trasforma in una macelleria mentre gli assassini, erano due studenti di 18 anni, del tutto diversi dagli stereotipi di assassini che solitamente si vedono in televisione, quindi parliamo di “mostri” uguali a tutti, suggerendo alle famiglie che vennero investite dalla tragedia che chiunque allora, poteva essere un “mostro”.
    Ma già che abbiamo parlato della televisione invece, la coreografia di quel massacro fu davvero da film dell’orrore, dove due ragazzi con dei lunghi impermeabili neri giravano tra le aule scolastiche piene di ragazzi sparando, lanciando bombe e parlando coi propri bersagli. Come si erano immaginati i due ragazzi nella loro testa, fantasticando tra di loro, sognando che un giorno le loro atroci gesta sarebbero proprio finite sul grande schermo. Ironia della sorte, entrambi i ragazzi partecipavano alla produzione di spettacoli e corsi di videomaker.

    L’opinione pubblica:

    Alla strage seguì una polemica sulla disponibilità delle armi, come per molti altri casi prima e dopo di quello, che almeno portò diversi istituti ad aumentare i loro sistemi di sicurezza interni. Eppure gli incidenti all’interno delle sedi scolastiche erano diminuite in quegli anni, come abbiamo visto poco fa. Ma il vero problema non era numerico, era simbolico. Infatti fino a quando gli episodi di violenza scolastici erano confinati in determinati distretti o sedi che non interessano all’opinione pubblica, perché qui dobbiamo essere onesti e dire le cose come stanno, se vogliamo imparare da esse, questi massacri venivano considerati unicamente parte del disagio sociale appartenente appunto a quelle zone, parlando di corredo genetico e culturale appartenente a determinate fasce della popolazione. In questo caso però no, in questo caso venivano colpite le periferie bianche benestanti e da persone considerate altrettanto nella norma. Il vero dramma era che il massacro della Columbine non creò un problema di sicurezza, ma un forte senso di insicurezza, per quanto impensabile forse, una cosa ancora peggiore. Anche se è giusto precisare che secondo tutte le testimonianze Harris e Klebold erano impopolari e presi frequentemente di mira dai bulli, episodi che si vedono in tutte le scuole ma che di certo, non devono essere sminuiti come viene fatto in troppi casi.
    Zygmunt Bauman, sociologo, filosofo e accademico polacco scrisse: “la paura più terribile è la paura diffusa, indistinta, priva di un indirizzo o una causa chiara. La minaccia che si intravede ovunque ma non si mostra mai chiaramente. “Paura” è il nome che diamo alla nostra incertezza. alla nostra impotenza.”
    Non a caso questa strage richiamò anche l’attenzione sull’uso di antidepressivi da parte degli adolescenti, percependo un nuovo segno di un nuovo male di vivere. Male per le vittime e male per i carnefici.

    Gli episodi che seguirono:

    Gli episodi più devastanti che seguirono questo, e non gli unici, perché se dovessi citarli tutti sarebbero davvero troppi, sono:

    nel 2002 in un liceo di Erfurt in Germania, uno studente di 19 anni uccide diciassette persone per poi togliersi la vita.
    Nel 2007 al politecnico di Blacksburg nel Virginia uno sudente di 23 anni, Cho Seung-Hiu, invia alla NBC news un proclama esprimendo rancore per la propria emarginazione, poi uccise ben trentatre persone e se stesso.
    Nello stesso anno Pekka Auvinen di 18 anni, uccise 8 persone in una scuola di Tuusula in Finlandia, poi si toglie la vita. Poco prima in rete pubblica le proprie opinioni attraverso la scritta “l’umanità è sopravvalutata Stessa scritta che portava anche sulla maglietta il giorno del suo massacro.
    2008 a Kauhajoki in Finlandia, uno studente universitario di nome Matti Saari, fa una strage di 10 coetanei e un insegnante, poi si toglie la vita. Si scoprirà poi che il massacro era stato annunciato qui su Youtube.
    2009 a Stoccolma Tim Kretschmer di 17 anni, entra in un istituto professionale in tuta mimetica, fredda 15 persone prima di togliersi la vita.
    2018 alla Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland, in Florida, diciassette persone vengono uccise da Nikolas Cruz di 19 anni, ex studente che poi verrà arrestato.

    Abbiamo parlato di scuole, ragazzi, vedendo come la paura stia assumendo nuovi volti, e quel 20 aprile del 1999 sicuramente diede inizio a qualcosa, ma siamo davvero convinti dopo 20 anni di aver imparato qualcosa? O alla fine ci siamo solo abituati, trovando una scusa per motivare qualcosa che sappiamo tutti sia privo di senso. O peggio ancora ci siamo abituati, o abbiamo solamente imparato anche in questi casi a guardare da un’altra parte?

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