Il suicidio più bello del mondo

Forum Storie Horror Storie Reali Il suicidio più bello del mondo

  • Questo topic ha 0 risposte, 1 partecipante ed è stato aggiornato l'ultima volta 7 mesi, 1 settimana fa da Alessandro Stripe.
  • Post
    Alessandro Stripe
    Moderatore
    CH

    L’atto:

    È il primo maggio del 1947 quando Evelyn Francis McHale, nata il 20 settembre 1923, decide di togliersi la vita saltando dal ponte dell’osservatorio che si trova all’86esimo piano dell’Empire State Building. È doveroso precisare che si tratta di uno dei luoghi più gettonati da chi vuole mettere in atto il cosiddetto “gesto estremo”. Tutti ovviamente corsero subito a vedere cosa fosse successo e, con immenso stupore, trovarono il corpo perfettamente intatto di una donna che appariva serena, quasi adagiata sulle lamiere contorte. Avete capito bene, il corpo della donna non presentava alcuna lesione data dalla caduta e a togliere definitivamente il fiato agli ignari spettatori, era l’espressione di pace e serenità che si era venuta a tingere sul volto della donna, adagiata sopra alle macerie di qualcosa che a primo impatto, non aveva nulla a che fare con quel culmine.
    Successivamente, un agente racconterà di aver visto una sciarpa bianca svolazzare libera come una farfalla iridescente nel vuoto, e che, ancora prima di ogni possibile pensiero nella sua testa, un forte boato fece sobbalzare ogni parte del suo corpo.

    Lo scatto eterno:

    Solo quattro minuti dopo ecco che il flasch della fotocamera di Robert C. Wiles, uno studente di fotografia che sognava di diventare un fotoreporter e che passava di lì come ogni giorno, immortalò quello che da lì a poco tempo verrà riconosciuto per l’eternità come “il suicidio più bello del mondo”.
    Solamente il giorno successivo lo scatto venne pubblicato sul Life Magazine sotto al titolo “Picture of the Week” (foto della settimana) e con la didascalia che recitava “Ai piedi dell’Empire State Building il corpo di Evelyn McHale riposa in pace in una bara grottesca, il suo corpo si è schiantato sul tetto di una macchina“.
    In breve tempo questo scatto diventò un’icona della cultura pop, tanto che l’immagine è stata utilizzata nel 1967 da Andy Warhol per una sua opera, Suicide (Fallen Body) ed Evelyn nel 1993 verrà evocata nel video della canzone Jump They Say di David Bowie, in cui la rockstar viene a sua volta immortalata mentre reinterpreta il salto nel vuoto fino l’elegante posa della donna sdraiata morta sul tetto deformato dell’automobile. Addirittura verrà coniata l’espressione “effetto Evelyn” per indicare i ritratti di donne in cui compostezza e grazia si univano a una sorta di imponente tragicità.

    Il biglietto:

    Ci vollero pochi giorni per scoprire che quello stesso anno la donna si sarebbe dovuta sposarsi. Infatti Evelyn lasciò un biglietto con scritto per il marito “vivrai meglio senza di me, non sarei una buona moglie per nessuno.” Aggiungendo anche: “per chiunque avesse recuperato il corpo, non voglio che nessuno, della mia famiglia o meno, veda alcuna parte di me. Potete distruggere il mio corpo cremandolo? Prego voi e la mia famiglia: non voglio nessun funerale o commemorazione. Il mio fidanzato mi ha chiesto di sposarlo in giugno. Starà molto meglio senza di me. Dite a mio padre che ho preso troppe tendenze da mia madre…”.
    Molto probabilmente la giovane donna non avrà mai la possibilità di scoprire che, con questo suo gesto disperato, alla fine ottenne l’esatto opposto di quello che in realtà avrebbe voluto.

    La testimonianza:

    La testimonianza di Robert Wiles venne rappresentata dalle parole: “Ecco. io ero lì. Lei era lì. Non avrebbe più aperto gli occhi. Mai più. Eppure tutti la osservavano come se avesse potuto farlo. E c’era questa cosa, nell’aria. Dovevo fotografarla, non avevo scelta… Non sono riuscito a pensare. Ho afferrato la macchina e ho scattato. Non uno, ma diversi scatti. L’otturatore si muoveva come animato da un’energia propria…
    Qualche anno dopo Robert commentò dicendo queste indelebili parole: “le immagini che registriamo nella memoria sono i frammenti con cui puntelliamo le nostre rovine lungo la vita”.

    Persino un libro:

    Successivamente, l’intera vita di Evelyn McHale è stata raccontata da Nadia Busato, all’interno del suo romanzo intitolato “Non sarò mai la brava moglie di nessuno“. Perché per quanto possa essere spettacolare questa fotografia, i suoi retroscena e l’intera vita di Evelyn, sono il vero teatro degli orrori che ha portato a questo capolavoro impossibile da replicare. Insegnandoci ancora una volta, tra tinte horror e tinte di poesia, che non conta il fine, nonostante sarà inevitabilmente ciò che si ricorderanno tutti, ma come ci si arriva.

Rispondi a: Il suicidio più bello del mondo
Le tue informazioni: